Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali



Liber Statutorum Urbis

Il codice capitolino degli Statuti di Roma del 1363 Il codice membranaceo conservato nell’Archivio della Camera Capitolina (Cred. XV, t. 45) è uno dei più antichi esemplari che riportano il testo del primo corpus organico statutario della città di Roma e, secondo quanto sostiene Salimei (I più antichi Statuta Urbis in un codice Capitolino, “Capitolium”, 1933), il più fedele all’originale, verosimilmente copia ufficiale ad uso del Senato Romano. Il testo presenta differenze rispetto a quello ricostruito dal confronto di altri codici quattrocenteschi e pubblicato nel 1880 da Camillo Re, che non conosceva questo esemplare. Scritto a Roma in semigotica libraria di particolare eleganza negli ultimi anni del pontificato di Martino V (1430 c.), ha il frontespizio ornato di tralci di foglie e decorato con miniature, purtroppo ritagliate da ignoti prima del suo acquisto da parte del Comune di Roma nel 1885 da Francesco Zava di Oderzo per 2000 lire. Il codice contiene anche gli statuti delle gabelle (1398) e gli statuti di Ripa e Ripetta (1416). Il lezionario dei santi Ermagora e Fortunato, aggiunto successivamente sugli ultimi fogli, fa supporre la presenza del manoscritto fin dal XV secolo nell’area del patriarcato di Aquileia, alla cui liturgia è legato il culto dei due santi. Soltanto con il già ricordato acquisto da parte del Comune il prezioso codice tornò nella sua sede naturale. La data di redazione del corpus statutario, attribuita tradizionalmente al 1363, è stata di recente messa in discussione ed anticipata al 1360. Il testo, giunto a noi da copie quattrocentesche, appare comunque frutto di una stratificazione lunga e complessa: ne è sintomo, ad esempio, la presenza in vari capitoli della magistratura dei Conservatori, istituita dopo le riforme di Urbano V nel 1369. Inoltre è solo nel 1425 che gli statuti vengono approvati dal papa, come si evince dal decreto di approvazione da parte di Martino V, che compare nel codice capitolino ai fogli 97 v. e 98 r., ove si dispone l’annullamento del capitolo XX del libro I De diffidato pro crimine et diffidato civiliter. Il corpus statutario è suddiviso in tre libri: primus liber statutorum civilium (ff. 4-26v.) preceduto dalla relativa rubrica (ff. 1-3); secundus liber statutorum criminalium (ff. 30v.-61) preceduto dalla relativa rubrica (ff. 27-30); tertius liber statutorum Urbis tractantium de extraordinariis (ff. 65-92v.) preceduto dalla relativa rubrica (ff. 61v.-64). Seguono della stessa mano ai ff. 93-97 riforme stautarie del periodo di Martino V; ai ff. 97v.-98 la conferma degli statuti da parte di Martino V (1425) contenente il già citato annullamento del capitolo XX del libro I; ai ff. 98v.-106 gli Statuti delle gabelle (1398); ai ff. 107-112v. Capitula et ordinamenta Ripe et Ripecte portus Riperomee Urbis; ai ff. 113-116, di mano diversa, tre costituzioni del vescovo di Benevento Astorgio Agnesi, vicario e governatore di Roma (1442); ai ff. 114-124v., di due mani ancora diverse, letture liturgiche per l’Ufficio dei santi Ermagora e Fortunato, della Trasfigurazione e della Presentazione di Maria. La legatura del codice è moderna, ad eccezione degli 8 cantonali metallici decorati a sbalzo, ognuno con 2 Agnus Dei e 2 rosette, recuperati dalla legatura presente al momento dell’acquisto e probabilmente realizzati in relazione al riutilizzo liturgico del codice. Michele Franceschini